Impareremo a camminare

La prima volta che sono arrivato a Scuola di Robotica l’ufficio era composto da due stanze, chiamiamoli uffici, di cui uno era dedicato alla parte amministrativa e presidenziale mentre l’altro era dedicato alla parte operativa con due scrivanie, qualche kit Lego Mindstorm e poco altro. Lo staff era composto principalmente da Emanuele e Davide, oltre che da Fiorella, la Presidente. Io ero un ragazzo problematico, non perché avessi dei problemi ma piuttosto perché li creavo i problemi. Li creavo a scuola, li creavo a casa e diciamolo, li creavo intorno a me. Non ho mai saputo perché tra i quattordici e i diciannove anni sia stato così turbolento, così indolente e, debbo essere sincero, così pigro.

Tuttavia già all’epoca dimostravo, in contrasto con il mio percorso di studi, una spiccata predisposizione alla scrittura e alle facoltà umanistiche e in qualche modo sapevo cosa avrei voluto fare nella vita, scrivere. Non sapevo in quale misura, in che modo e nemmeno cosa avrei trattato ma sapevo che quello era il mio compito, scrivere e soprattutto raccontare. Si perché, come ci spiega il grande psicologo Jerome Bruner, attraverso la narrazione l’uomo conferisce senso e significato al proprio esperire e delinea coordinate interpretative e prefigurative di eventi, azioni e situazioni e su queste basi costruisce forme di conoscenza che lo orientano nel suo agire. Allora queste cose non le sapevo ma orientai il mio agire e dopo il diploma iniziai un nuovo percorso, un percorso che, per essere vincente, dovevo compiere da solo; mi iscrissi all’università e mi laureai in storia e dopo un periodo all’estero tornai a Genova con l’obiettivo di imparare a raccontare, pratica molto più complessa del semplice scrivere. E come primo articolo decisi di ricominciare proprio da dove avevo finito tanti anni prima, da Scuola di Robotica, non so per quale motivo ma sentivo che dovevo ripartire da lì, quasi a ripagare un debito di riconoscenza.  

Naturalmente non ero il solo ad essere cambiato, anche Scuola di Robotica adesso era diversa.

A vederlo l’ufficio quasi non ci si credeva; in cinque anni era letteralmente esploso di persone, di materiale e di colori. Adesso le parole d’ordine di Scuola di Robotica sono: abbandono scolastico, inclusione femminile nel mondo tecnologico, didattica e laboratori dedicati a bambini e ragazzi affetti da disturbi dello spettro autistico. Io credo che l’impiego di questa nuova tecnologia per l’aiuto e il sostegno delle persone ripaghi molto più dei molti anni di ricerca spesi nella creazione di prototipi, fantastici certo, ma asettici se non, talvolta, inutili.

Perché in fondo la robotica ha il pregio e il difetto di essere creata a immagine e somiglianza dell’essere umano con i suoi pro e i suoi contro e NOI, tutti noi, abbiamo il diritto ma soprattutto il dovere di pensare alla robotica come ad una scienza che può permetterci di raggiungere vette di progresso mai immaginato e cos’è il progresso dopotutto se non inclusione, aiuto, miglioramento delle condizioni di vita?

Io credo fortemente che questo sarà possibile solo se fin da ora, ovvero all’alba della rivoluzione robotica, saremo in grado di pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a chiedere a noi stessi quali passi devono essere compiuti in nome del progresso e in quale direzione.

Come racconta Kevin Kelly “in passato era molto facile ignorare la tecnologia perché questa non penetrava negli spazi della nostra vita ai quali abbiamo sempre tenuto: la nostra rete di amicizie, lo scrivere, il coltivare l’arte e la cultura, le relazioni, l’identità, le associazioni civiche, la natura del lavoro, l’acquisizione del benessere. Ma oggi la costante applicazione nella rete della comunicazione e dei trasporti ha completamente sommerso queste aree sociali. Il nostro spazio sociale è stato invaso dal telefono, dalla fotografia, dalla televisione, dall’aeroplano e dall’automobile; poi dal computer, da internet e adesso dalla rete. La tecnologia non è più esterna, aliena, periferica, sta al centro delle nostre vite.”

È fondamentale quindi che ci siano dei visionari, come i ragazzi di Scuola di Robotica, che ci indichino la via dimostrando a tutti noi che grazie alla tecnologia e al progresso si possono realizzare piccole imprese quotidiane che forse non rivoluzioneranno il mondo ma renderanno la vita di moltissimi degna di essere vissuta, e questo è già di per se un risultato enorme, irraggiungibile per molti, impensabile per altri.

Io sono tra coloro che hanno beneficiato di questa visione.   

Gianluca Pedemonte

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