Un laboratorio lungo dieci

Non sono pedagogista, né psicologa, educatrice o maestra. Tanto meno sono informatica, ingegnere, fisica o matematica. Amo però il mio  lavoro di divulgatrice scientifica più di molte delle altre cose che faccio e penso che una formazione estremamente mista (dalla maturità classica alla laurea triennale in Conservazione dei Beni Culturali, fino a un Dottorato in Scienze e Tecnologie Chimiche) mi abbia aiutata parecchio nella conduzione dei laboratori.

Sono anni che inserisco momenti creativi, spunti naturalistici, esperimenti di chimica, fisica e biologia durante le attività di robotica, in cui gli argomenti più ovvi da affrontare sembrerebbero la programmazione e la conduttività elettrica, la meccanica e la tecnologia. Tratto anche quelle materie, certamente, ma lo faccio passando attraverso a molti altri aspetti, spesso legati alla vita di tutti i giorni, in cui i bambini possano ritrovare quotidianità e applicabilità immediata.

Chi me lo ha insegnato? Nessuno. Sicuramente gli anni da animatrice del Festival della Scienza, i decenni da figlia di un’insegnante innamorata del suo lavoro, le estati (e gli inverni) da babysitter con bambini di ogni età… la pratica, insomma. Anche parlare con i genitori, rispondere alle loro domande, confrontarmi con educatori, maestri, amici che questo mestiere lo fanno da sempre è stato per me molto utile. Ogni esperienza è diventata stimolo, ogni stimolo è diventato riflessione, ogni riflessione è diventata laboratorio. O quasi.

Ecco come è nato il ciclo di incontri robotici organizzato quest’anno all’I.C. Burlando di Genova per le classi primarie. Partendo da un libro fonte di continua ispirazione ci siamo lasciati guidare passo dopo passo, senza forzature ma seguendo sempre e  comunque un programma stabilito. In questo modo abbiamo rispettato i tempi tecnici a nostra disposizione (un’ora e mezza ogni mercoledì, per 10 mercoledì di fila), concedendo spazio a sperimentazioni, divagazioni, proposte alternative e spontanee.

Siamo partiti lavorando con le mani: i primi laboratori hanno richiesto principalmente creatività, fantasia, progettazione e manualità, spesso accoppiate a esperienze scientifiche propedeutiche ad affrontare le fasi più tecniche e complesse del percorso. Abbiamo proseguito inserendo componenti robotiche come i motorini o i led, introducendo concetti importanti e nuovi, parlando di movimento, meccanica, elettricità e polarità. A metà del percorso ci siamo ritrovati completamente a nostro agio nel riuso di oggetti di recupero quanto nell’utilizzo di materiali elettrici, pronti a esplorare il mondo dei kit robotici. Le Bee Bot e Little Bits e sono arrivati in classe suscitando interesse e curiosità, ma non sono mai stati impiegati da soli: ogni incontro ha previsto l’applicazione di questi kit unitamente a qualcosa di pensato, progettato e costruito dai bambini. I Little Bits sono diventati proiettori luminosi per sale cinematografiche improvvisate, le BeeBot hanno segnato infiniti percorsi sui tappeti di carta illustrati dai bimbi. Ci sono state scoperta e programmazione, solidarietà e iniziativa, creatività e tecnica.

Non ci siamo mai trovati a dover affrontare grossi problemi di disciplina, prevaricazioni e situazioni di aggressività, il concetto di lavoro di gruppo e suddivisione dei ruoli è entrato immediatamente e facilmente in classe, tutto il programma è stato svolto fino alla fine, nonostante la differenza di età potenzialmente penalizzante.

Ho terminato ormai da tempo questa esperienza e posso dire con certezza di aver imparato moltissimo sulla progettazione di un ciclo completo di laboratori, sull’alternanza intelligente di varie attività, sulla gradualità spontanea dell’approccio, sulla compresenza possibile di argomenti e discipline diverse, anche con così poco tempo a disposizione. Tutte queste cose preziosissime me le hanno insegnate anche i bambini.

 

 

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