Il dubbio

1380325_10151671021381088_463572166_nMercoledì 23 Aprile abbiamo tenuto un corso da un titolo molto lungo, dedicato alla robotica educativa applicata nelle problematiche di apprendimento e di relazioni come l’autismo (in gran parte) e la dislessia (in piccola parte).
I partecipanti, eterogenei fra loro, ci hanno consentito di aprire un dibattito molto interessante partendo dalla legge sui BES (Bisogni educativi speciali) fino a esperienze reali e personali.
Ogni volta che mi confronto con questo mondo mi rendo conto che per me è molto difficile descrivere una didattica speciale, proprio non ci riesco. In questi anni di insegnamento e studio sul design ho fatto mio il motto “progettare per tutti, progettare per ciascuno” e anche nel caso della didattica reputo pericoloso cercare una didattica specifica, individuale e individualizzata.
Quando scrivo su queste cose capisco anche l’importanza delle parole, perché è un argomento così delicato in cui una parola sbagliata può essere deleteria nella ricezione del messaggio.
Per cui a scrivendo questo post mi sento come nel camminare sui carboni ardenti, la tentazione è quella di saltellare qui e là, in modo da non approfondire alcun argomento.
Ma partiamo da un dato di fatto, in questi anni di insegnamenti e di coordinamento di numerosi docenti mi sono sentito spesso chiedere delle soluzioni “individuali”, perché quando si parte dall’esperienza è quella cosa li, “La soluzione” , che ti viene da chiedere.
E io in questi casi mi sento inutile e non idoneo alla definizione delle soluzioni.
Mi sento invece in grado di consigliare di dirigere il proprio insegnamento verso la “relazione” fra studenti della stessa classe, della stessa scuola, della stessa città e perchè no con studenti di altre città e di altri mondi.
Per mettere dentro tutta questa “relazione” nel mondo della scuola c’è bisogno di molto lavoro e di molta tecnica, utilizzare la tecnologia può consentire a bassi costi una relazione internazionale.
Il problema di oggi non è più un problema tecnologico (anche se nella gran parte delle scuole italiane il problema delle mancanza di tecnologia viene camuffato con il problema di mancanza di soldi) è un problema sociale.
E’ molto semplice usare le tecnologie in maniera solitaria, consentitemi il termine, autistica, ma è molto difficile usarle in maniera sociale.
Di interazione. Di relazione.
Parto dalla mia esperienza personale, ricevo troppe email al giorno e questo non mi consente di gestirle in maniera umana e relazionale.
Per come sono fatto una risposta è pensata e ragionata, ma mi rendo conto che spesso non riesco a trovare il tempo per rispondere alle email e alle telefonate. Già stamattina (senza contare le richieste via email) ho 22 punti alla mia lista delle cose da fare. Alcuni compiti richiederanno ore e solitudine.
Mi guardo nel vuoto e cerco soluzioni sociali.
La prima è quella che se si vuole una relazione sociale, una interazione, bisogna armarci di pazienza.
Molta pazienza.
La seconda è che non dovremo pretendere risposte, ma solo dubbi.
Le risposte concludono la relazione, la riducono a una misera fornitura, quasi di tipo commerciale. Voglio una cosa, pago e la ottengo.
La relazione finisce lì.
E non è quello che vogliamo.
Vogliamo creare relazioni basate sul dubbio.
E allora eccomi al nodo cruciale della questione sull’apprendimento.
Semplice è insegnare Certezze.
Molto complesso è insegnare il Dubbio.
Ora cerco di tornare alla realtà. Al corso che abbiamo appena finito.
Per la prima volta ho parlato del progetto ASK Nao, dove viene impiegato il piccolo umanoide nei casi di autismo. Ho solo informato i “miei studenti” del corso che esiste questo progetto. Ora tocca a me, studiare per creare dubbi.
Nella speranza che anche chi segue i nostri corsi ci ponga dubbi. Con pazienza e voglia di creare relazioni.

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