Baklava

GAIASabato piovoso in via Tollot. Sabato di riflessioni. La solita chiacchierata prima dell’inizio della lezione è animata dalla presenza di una merenda atipica per le nostre coordinate geografiche. Una merenda dal nome che suona strano: Baklava, freschi freschi dall’aeroporto di Ankara, dove Emanuele si trovava fino a qualche ora fa. Dolcetti costituiti da diversi strati di sfoglia morbida con un cuore di miele e pistacchi. Verde, un colore atipico nei nostri dolci dove domina il candore e la dolcezza della panna, la crema, lo zucchero a velo. Infatti pochi tra i ragazzi si azzardano ad assaggiarli. C’è chi è colto da una profonda avversione ed è infastidito solo alla vista degli innocui quadratini di sfoglia e chi addenta con un morso generoso in seguito sfoggiando senza remore un’ eloquente espressione di disgusto. E’ così quando dobbiamo affrontare delle cose che non conosciamo. L’ignoto fa paura, ma una volta che affrontiamo i cambiamenti spesso siamo ripagati da nuove consapevolezze.
Messi da parte i Baklava tiriamo fuori i robot e affrontiamo altri, differenti cambiamenti. Fino all’anno scorso più o meno i ragazzi erano sempre gli stessi e con un gruppo ben formato era più semplice nei laboratori trovare un filo conduttore. Ma come è naturale le cose cambiano ed è anche un’occasione per mettersi in discussione.
I ragazzi con cui abbiamo iniziato sono cresciuti e rivendicano un’autonomia nuova e nuove proposte mentre chi arriva deve affrontare le difficoltà dell’inserimento.
Abbiamo provato con Scratch, ma con un solo computer i tempi d’attesa erano troppo lunghi e tutti si annoiavano.
Oggi per la prima volta i ragazzi si avvicinano a Mindstorm. Un nuovo robot, una nuova sfida. Compito di oggi: smontarlo e rimontarlo senza istruzioni. Finché i pezzi sono grandi e pochi il gioco è facile, si fa duro quando da smontare è la struttura che i ragazzi chiamano “telaio”, formata da tanti piccoli pezzettini.
Come fare?
Diverse proposte, tra cui disegnare i pezzi, ricordarsi la sequenza con cui si smontano, ma a nessuno viene in mente di fare della fotografie, alla fine è Emanuele a proporlo. Uno dei ragazzi si occupa di fare le fotografie e ne scatta scrupolosamente una serie infinita, da ogni angolazione mentre ci chiede di mettere del jazz classico, però solo degli anni ‘60.
A questo punto uno si occupa di scegliere e ingrandire le fotografie che una volta proiettate servono agli altri che a turno vanno avanti nella costruzione. Il procedimento è a tratti complesso e i meno esperti -più nolenti che volenti- necessitano dell’aiuto dei più esperti. Tuttavia i ragazzi antepongono il compito comune all’orgoglio e alla fine della lezione il pezzo è praticamente assemblato nella sua totalità. Ognuno torna a casa propria, ma resta la pioggia, i dolcetti verdi e qualcosa in sospeso. Una nuova sfida

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